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mercoledì 26 ottobre 2016

Riflesso - Dinka


Non c’è noia nell’alba dorata che spruzza mollemente il cielo e tutto quanto gli sta sotto. Il mattino arriva, e la mia anima si crogiola, incapace di decidere se abbandonare il bianco e nero della notte o se inseguire i suoi colori.
Decido di restare a contemplare il buio dentro di me. Un buio che in fondo mi conforta. Nel suo nucleo il mio vero essere danza libero e nelle sue pieghe più delicate il mio sole risplende.
Ma da un'ombra più in la un sussurro mi insidia. Rivoltando le rughe più  insignificanti mi mostra qualcuno che non conosco. Additandomi con unghia affilate mi mostra me stessa. La mia anima è nera.
Non c'è notte più buia.
Affondo le mie catramose pupille dentro quei solchi cercando invano uno straccio che somigli alla mia anima. La incontro. La guardo. Mi guarda
La sento ridere e gorgogliare in un crescendo di puro urlante raccapriccio.
Mi sveglio e scopro il buio anche fuori di me. L’urlo mi segue, ma lo specchio risplende di luce del mattino ed io scompaio risucchiata da quel puro riflesso.
Ai piedi del letto un’ombra, tra le lenzuola solo una forma.


sabato 26 marzo 2016

COME UNA SPECIE DI SORRISO - Luca Oggero



Non era la prima volta che lo faceva e oramai il copione lo conosceva bene…
Trovò immediatamente il tizio che faceva al caso suo: giacca, cravatta e valigetta. Portava  un paio di occhiali con la montatura in tartaruga. Doveva avere all’incirca la sua età: oltre i quaranta ma meno di cinquanta.
Mentre un gran numero di persone piuttosto indaffarate camminava a passo spedito su e giù per il grande corridoio, dalle cui ampie vetrate trasparenti il sole delle diciassette proiettava i suoi raggi obliqui, il tizio, solitario, si era avvicinato ad uno degli ascensori e aveva premuto il tasto di chiamata. 
Gli si fece dietro e come l’altro entrò nella cabina lo seguì.
“Scende anche lei a piano terra?” gli domandò l’uomo incravattato.
“Sì, a pianterreno anch’io…”.
L’elegantone premette il pulsante “T” e iniziarono la discesa. 
Era il momento.

sabato 2 gennaio 2016

Prospettive oniriche - Pseudo racconto a puntate - 2 parte - dg Dinka


[...] E così il viaggio ebbe inizio.
Indossò mentalmente la sua tenuta da guerriera, prese le sue bacchette, mise poche cose in un fagotto e partì.
Cominciò la discesa dentro di se recitando mentalmente l'antico mantra riscoperto attraverso lunghe ricerche nei cunicoli sotto le città più antiche del mondo. Le era appartenuto in diverse vite vissute nell'antichità, ora le serviva come ossigeno metafisico. Il flusso di energia era come una corda con cui si calava sempre più in profondità. Man mano che procedeva lasciava piccole porzioni di quella energia, come pezzetti di pane per la via del ritorno. Più scendeva, più si svuotava dei sentimenti, come cibo in eccesso vomitato dentro a un vecchio catino di zinco. 
Sentì qualcosa sotto ai piedi. La discesa era terminata, almeno per il momento. Scrutò l'ambiente. Si trovava in una specie di budello palpitante il cui ritmo si mescolava con il suo. Cominciò a navigare a pelo in una sorta di magma psichedelico. Procedeva cautamente, una strana sensazione la pervadeva. Qualcosa la accompagnava...o la seguiva. 
Cominciò a perdere la cognizione dei volumi. Si sentiva come un piccolo batterio dentro una vena. Infatti non era dura roccia la parete che toccava, sembrava più una cosa viva, di carne e sangue. Eppure il suo viaggio era solo mentale. Incuriosita da queste sensazioni così fisiche, cercava di non perdere la coscienza di ciò che stava facendo restando concentrata sul battito del drago. Ma qualcosa la appesantiva..sentiva le catene mentali seguirla anche qui. Decise di abbandonare ogni reticenza e lasciarsi guidare dalle sensazioni. Provò a mollare la zavorra, a librare dentro questo cunicolo così vivo che avrebbe potuto stringerlesi addosso in qualsiasi momento. Uno schiocco assordante colpì il suo udito metempirico. Contemporaneamente ricevette una spinta in avanti che la trasportò in un istante oltre la barriera di ossa.... Continua


art Unknown

domenica 29 novembre 2015

Prospettive oniriche - Pseudo racconto a puntate - dg Dinka


Le era insopportabile quel peso dentro la pancia, tanto da desiderare aprirla. Estrarre fuori quel rettile che le cresceva a dismisura, da quando aveva rotto il suo guscio. Il suo essere famelico la divorava e appesantiva allo stesso tempo, poiché nulla si crea e nulla si distrugge. L'onda sinuosa era in continuo movimento, ma non si avvicinava mai alla bocca. Non aveva intenzione di andare via, tranne che alla sua morte, forse.... 
Lei sperimentava nuovi metodi perché fosse almeno sopportabile la sua presenza dentro di se, ma il rettile pretendeva tributi a ogni istante. La stava annientando. Non vi era che una soluzione: l'unica!
L'annullamento del sé non è cosa facile nemmeno per gli esseri più spirituali, ma se voleva tagliare i viveri a quell'essere senza rimanerne uccisa, era l'unica strada praticabile. 

Riempì la stanza di candele, le dispose intorno a se, poi le accese tutte. Il posto dove stava per entrare era buio e insidioso, doveva avere chiaro il cammino. L'effluvio forte dell'incenso cominciò presto a stordirla. Si sedette sul parquet assumendo una posizione comoda, non poteva sapere quanto ci avrebbe messo a riemergere. Un ultimo sguardo alla foto che aveva deposto accanto al suo corpo. Al suo ritorno avrebbe rappresentato il suo legame con questo mondo.

Concentrò la sua mente, poi il suo spirito. Li allineò. Quindi tracciò i simboli con un dito nell'aria davanti a se e ne pronunciò il suono.

...... continua


venerdì 24 aprile 2015

Pulp Night - Dinka



È notte. Laceranti colpi di tosse mi dicono che sono di nuovo sveglia. Ho qualcosa in gola che mi stuzzica, mi causa un senso di vomito. Mi alzo di botto. Questo qualcosa si muove dentro la mia bocca. Corro lungo il corridoio, al buio, piedi scalzi, penso che non arriverò in tempo. Vedo con gli occhi della mente il vomito schizzare dalla mia bocca in un arco perfetto e spiaccicarsi sulla porta del bagno. Il mio bagno. Con la porta scorrevole e il vetro sabbiato. Blocco il respiro nel tentativo di ricacciare giù quella cosa. Accelero. Mi ferisco una mano da qualche parte. Continuo a correre verso il bagno. "Me ne devo liberare" Penso.

Intravedo il chiarore della porta bianca su cui traspare la luce lunare che entra dalla finestra. Porto la mano alla bocca. Premo forte. Qualche cosa serpeggia nella gola e mi stuzzica le labbra, da dentro. Un piccolo urlo, più simile a un gemito, sfugge al mio controllo. E mentre la mia mente è in preda a spasmi sinottici nel tentativo di razionalizzare quello che mi sta accadendo, la "Cosa" urla a sua volta. Lo fa dentro la mia bocca, che istintivamente si serra. Appena oltre la soglia del bagno aziono l'interruttore della luce. Resto accecata nel primo lampo che mi carpisce gli occhi, strizzandoli. La 'Cosa' continua a far pressione, mi riempie la bocca adesso. Mi guardo allo specchio che ho davanti. Vedo le mie guance gonfie che si muovono oscenamente, gli occhi spalancati, il corpo teso. É una vista troppo grottesca, mi dico che di sicuro non sono sveglia, è un brutto sogno.

Intanto la cosa spinge, sembra crescermi in bocca. Sento un altro gemito, stavolta agghiacciante, e non so più di chi sia. Mio... Suo? Sono in preda all'angoscia. Mi giro, mi dirigo verso la tazza del water per farla finita. Non faccio in tempo. Sento qualcosa farmi leva, tra i denti. Le mascelle si spalancano di botto, si slogano, come una saracinesca divelta con un piede di porco usato da una mano esperta.

Il dolore che mi ha accecato si è sintonizzato sulle onde cerebrali più alte. Lo choc versa adrenalina a schizzi nelle vene. Il cuore pompa come una centrale elettrica a carbone. Mille pensieri sgomitano nella mia mente. Non è mica normale quel che mi succede! Sono abituata a combattere il nemico in un immaginario corpo a corpo, ma al di fuori di me. 
Girando le pupille in giù riesco a vedere cio che si sta riversando da quel che fu la mia bocca. È di un rosso così scuro e luccicante da sembrare più nero del nero. Informe. Pulsante. Scivola giù appoggiandosi al mio petto. Vorrei tanto strapparmelo di dosso, buttarlo via dalla finestra e chiudere tutto quanto ermeticamente. Ma sentimenti assurdi mi bloccano. Si .... sentimenti. Perché per quanto improponibile sia, quella cosa la sento mia, mi appartiene. Una sorta di Altra Parte che è stanca di rimanere rintuzzata, reclusa. Vuole luce. Se la prende. Mentre si compie questa specie di parto innaturale, fuori dalla finestra i primi cinguettii. Il giorno sta per rinascere. 
Resto ferma, affascinata da questa sorta di lumacone che mi svuota da ogni peso mentre viene fuori. Ho deciso di lasciarlo libero. Ho deciso di farlo vivere. Mentre toccando già in parte il pavimento comincia a prendere forma, ho l'impressione che mi guardi negli occhi. Qualcosa comincia a vibrare dentro il cranio e si ripercuote nel battito del mio cuore. Mi viene il sospetto che la 'Cosa' stia cercando di parlarmi. Ascolto con orecchi aguzzi le sillabe soffiate da una sorta di feto in veloce trasformazione, la forma simile a labbra. Onde cerebrali come tsunami forzano il sistema cognitivo del mio cervello. Il suono si ripete esasperante, come il ticchettio di una pendola gigante. Ad un tratto capisco, si sta presentando, mi sta dicendo il suo nome! Travolta dalla curiosità e da un'ondata di appartenenza verso quelle fibre che si contorcono cercando di affermare il proprio essere, compio uno sforzo supremo e con le ultime gocce di raziocinio raccolgo quelle parole divenute un'eco gigantesca nella mia testa. Piena di orgoglio, quasi fosse mia figlia, urlo al mondo intero il suo nome: 

R I B E L L I O N E 


Art Lotta van Droom

giovedì 6 novembre 2014

Silvana di Girolamo da Stralci di me - Una come me


photo Digisilva
Ricordo. Quando ero piccola uno zio venuto da lontano mi offrì un gelato. Era al limone, quello vero, non fatto con il preparato come adesso. Avrò avuto cinque o sei anni. Quelli dei primi anni sessanta, quindi ero veramente piccola. Prima di svoltare l'angolo di casa cominciò a esortarmi a mangiarlo in fretta. Non voleva che i miei cugini vedessero, avrebbero potuto ingelosirsi, o dargli del taccagno, probabilmente entrambe le cose. 
Allora i gelati erano veramente "gelati". Io deglutivo e gelavo insieme al mio cono. Mi venne il mal di pancia. Ricordo che io manco lo volevo quel gelato, ma mio fratello disse "si" e mi trovai intrappolata. Perché per mio zio sarebbe stato un problema se avesse comprato il gelato solo a mio fratello. Cosa avrebbe pensato il gelataio? E i passanti vedendo quest'uomo camminare con due bambini di cui uno munito di cono e l'altra no? E non poteva certo dire a mio fratello "non ti compro più il gelato". Così dovetti mangiare il gelato che mi gelava e mi faceva male alla pancia. 

Ecco, è da questo che fuggo da tutta una vita. Questo dover fare le cose per forza, facendomi anche male. Tutto per delle stupide convenzioni sociali. Per paura!

Crescendo sono diventata la pecora nera della famiglia, del gruppo degli amici, della classe, dei colleghi. Sono una pecora nera non solo come figlia ma persino come madre, perché sempre inaspettatamente diversa. Quella che mette in imbarazzo, che ti costringe a riflettere perché  le sue risposte e le sue domande sono fuori dai canoni prestabiliti. (Una bambina non può rifiutare un gelato, e che diamine!) Ti guardano con quegli occhi che per un attimo hanno la lucina in fondo, che spengono subito dopo, la sopprimono come qualcosa di sconveniente e poco pratico. E cercano di sopprimere pure me che ho l'ardire di pensare a modo mio. Ti guardano come un elemento pericoloso. È così in fondo, sono un essere con cui non conviene avere a che fare, troppo impegnativo e anche rischioso. Chissà cosa potrebbe dire la gente a farsi vedere con una come me!


domenica 2 novembre 2014

Silvana Di Girolamo - Nessuno sceglie di che morte morire - Racconto



< Arrivammo che era notte. Oltre il buio, la distanza ci separava dalla Madre. La missione incombeva. Avevamo paura, ma nulla avrebbe potuto prepararci meglio di una lunga attesa dietro le dune. Una strana palla luminosa si muoveva lentamente nel cielo. A guardarla faceva male agli occhi. Ci sentivamo scoperti. Quello che vedevamo intorno a noi era uno spazio troppo infinito da immaginare. Ci stringemmo ancora di più, almeno quel tanto che ci permettevano le nostre corazze. Eravamo davvero tanti! Guardarci tutti ci metteva coraggio. Il numero è la nostra forza, ripetevamo tra di noi. Riusciremo nella nostra missione di sopravvivenza, l'intero popolo dipende da noi, da quello che saremo capaci di concludere in queste poche ore. Dall'inizio della fila ci giunse il sibilo del comando. Serrammo ancora di più i ranghi e ci precipitammo tutti nella stessa direzione, seguendoci l'un l'altro come ci era stato insegnato durante il lungo addestramento. I guastatori avevano trovato un punto debole e da li ci riversammo dentro come un fiume in piena. Il nostro apparato in dotazione ci permetteva di dirigerci a colpo sicuro verso la meta. Quelli più avanti di noi avevano già raggiunto l'obiettivo e un'altra fila si stava già formando con direzione inversa alla nostra. Il bottino era davvero di quelli eccezionali, così come ci aveva garantito Il Saggiatore.


Tutto andava a meraviglia, l'operazione si svolgeva con grande efficienza e velocità. Non avremmo tardato ad ultimare la missione e tornare sani e salvi dalla Madre con un prezioso bottino. 



Uno strano rumore ci allarmò. Sembrava come di acqua che cade. Per un attimo ci bloccammo spaventati, poi arrivò l'ordine di continuare..... >

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Ultima parte




< I macchinari ronzavano nel silenzio che adesso avvolgeva la stanza. Era stata una crisi peggiore delle altre, un crescendo disarticolato di suoni e scompostezze. Era stato agghiacciante, a tratti sembrava che sghignazzasse quando invece, ne era certa, erano singulti procurati dagli spasmi di dolore che la morfina non riusciva più ad attenuare. Avevano aggiunto altro cannabinolo alla miscela di palliativi che le somministravano e sembrava avere dato il giusto esito. Certo, erano sperimentazioni, non si sapeva ancora che effetto sortiva miscelare derivati sintetici e naturali, non si conoscevano le dosi, i sinergismi. Del resto la sperimentazione animale è tutta fumo negli occhi del popolo speranzoso in un miracolo. Non riusciva a capire come la gente potesse credere veramente che gli esperimenti fatti su un topo potessero dare delle serie e certe indicazioni sull'effetto di una determinata molecola nel corpo umano.>


<Sono l'unico superstite di una guerra batteriologica perpetrata ai nostri danni. Io Generale karınca , alla testa del mio esercito, sono responsabile dell’eccidio di tutta la mia colonia. Non ho saputo difenderla, non sono stato capace di prevedere le mosse del nemico. E così il malefico destino che attendeva il mio popolo si è dispiegato in questo luogo funesto. Lo stesso destino ingrato che mi ha voluto in vita perché vi raccontassi tutta la verità su questa atroce disfatta. 

Arrivarono all’improvviso, proprio quando credevamo avessero sgomberato la stanza per sempre. Avevamo visto portare via la vecchia signora a cui avevamo rubato lo zucchero nascosto nel comodino. Avevamo visto uscire tutti portando con se le poche cose che arredavano il posto. Esultammo! Avevamo grandi scorte di cibo e un posto caldo e sicuro per tutto il resto dell’ inverno. Ci rilassammo e qualcuno intonò uno di quei vecchi canti che ti fanno subito sentire a casa, al sicuro. Improvvisamente una luce accecante si abbatté su di noi. Perdemmo vista ed orientamento per qualche secondo, non ci accorgemmo che la stanza era stata invasa dal nemico. L’attacco fu veloce, violento ed inaspettato. Quando realizzai cosa stava per accadere ordinai il contrattacco, ma era già troppo tardi.

La morte cadeva dall’alto e si insinuava in qualsiasi fessura, non v’era posto sicuro dove il gas non potesse raggiungerci. Vidi i miei compagni, i miei amici, il mio popolo cadere contorcendosi in atroci spasmi, giacché il gas non da morte immediata. Piansi di impotenza. E di dolore. La vista era insopportabile. Io non so per quale motivo non sono ancora morto. Forse la rabbia, la disperazione, il rimorso mi hanno tenuto in vita per il tempo necessario affinché il mondo sapesse come è stata annientata una immensa colonia nota per la sua forza e la sua astuzia. Come è sparito un popolo glorioso che si faceva vanto di possedere le migliori capacità organizzative del pianeta. Noi! >

< Adesso era giunta l'ora. I dieci giorni di incoscienza erano già scaduti, era giunto il momento di prepararla. Alla fine si era affezionata a questa donna sola, arrivata in fase terminale nella clinica della dolce morte dove lavorava ormai da anni. Fra poco sarebbe arrivata l'equipe di medici che l'avrebbe terminata, così come scelto per contratto dalla stessa signorina, quando stava ancora bene. La clinica avrebbe "assorbito" tutti i suoi averi in cambio di una morte serena e dignitosa. La guardò ancora una volta chiedendosi come fosse stata la lunga vita di questa donna, se fosse stata felice, se avesse amato, se ne era valsa la pena di vivere fin quasi ai novanta anni. Le inviò mentalmente un addio e le augurò un buon viaggio, poi controllò ancora che i tubi nel naso e la flebo fossero ben sistemati e con un sospiro usci dalla stanza. Altre mansioni l’attendevano. Aveva un modulo da compilare, una segnalazione da fare all'amministrazione. In quegli ultimi giorni aveva notato troppe formiche in giro per quella stanza. Era ora di porvi rimedio con una bella disinfestazione.

Fine

Se desideri leggere il racconto dall'inizio clicca questo link


Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - settima e ottava parte






Per prima cosa pensò di abbattere quell'esercito di formiche. Lo schifo che le prese al macello che le toccò vedere le fece agguantare la bomboletta di insetticida e, senza badare nemmeno alla signorina, spruzzò, spruzzò ovunque vedesse formiche, in un raptus orgiastico di voluttuosa soddisfazione. 
Quando ebbe svuotata la bomboletta si guardò attentamente intorno, controllò che nulla si muovesse sotto il raggio acuto del suo sguardo, poi si lisciò il vestito, si toccò i capelli controllando che fosse tutto a posto e finalmente si rivolse alla signorina che giaceva li per terra, scompostamente riversa sulla soglia della stanza da bagno, i piedi dentro e tutto il resto sul pavimento della cucina. La faccia era una maschera impiastricciata di sangue coagulato e formiche. La guardò a lungo credendo fosse già morta, chiedendosi cosa fare. Ma tutto quell'insetticida spruzzato nell'angusto ambiente, la disidratazione dovuta anche alle molteplici emorragie, causarono spasmi laringofaringei alla vecchia, accompagnati da raschiosi colpi di tosse che annunciarono al mondo e alla signora Lia che lei, malgrado tutto, c'era ancora. 

Un occhio pesto si aprì a fatica scansionando l'ambiente, avendo avvertito una presenza ....

<Cazzo come sto male, mi sento proprio una merda! > Fu il suo primo pensiero cosciente, nonché una constatazione. Il corpo non lo sentiva quasi più. Non distingueva gli arti, il tronco, le mani. Un unico rottame gonfio, dolorante, tumefatto. Per un lungo attimo credette di essere già trapassata a peggior vita, qualcosa si muoveva sopra di lei e cominciò a pensare che dopotutto gli angeli esistevano veramente. O era un avvoltoio?

< Signorina! Occristo, signorina, ma è ancora viva? >

sabato 1 novembre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Sesta parte




Sono l'unico superstite di una guerra batteriologica perpetrata ai nostri danni......

< Lo spettacolo che si offriva ai miei increduli e desolati occhi era al di fuori di qualsiasi previsione. Prima andava tutto a meraviglia, il mio petto si gonfiava di orgoglio nell’ammirare la perfezione del meccanismo ben oliato quale era il nostro esercito. Un rarissimo esempio di efficienza ed obbedienza. E ora ...! Ora non riuscivo più a guardare quello scempio in cui si era trasformato. Tutto per quel liquido che rapidamente si rapprendeva. Non avevo mai visto nulla del genere. E quell'odore! >

Alle nove esatte, come tutte le mattine, la signora Lia Verruso, vedova Giambattista, scendeva le scale per andare a fare la spesa. Amava comprare gli ingredienti da cucinare freschi di giornata. Non riusciva a comprendere quelli che si armavano di auto capienti e andavano a fare la spesa per un'intera settimana, di certi articoli addirittura per un mese. Fare la spesa per lei era un gioioso piacere, la scelta uno per uno dei pomodori freschi, appena portati dallo scaro (mercato ortofrutticolo all'ingrosso), il profumo sprigionato dal mazzetto di basilico appena raccolto ... Nulla aveva eguali, a volte si saziava così tanto di quei colori, di quei profumi, che a casa non cucinava, rimaneva ad ammirare quel che aveva accuratamente selezionato dai suoi bottegai di fiducia. Li disponeva sul tavolo da cucina come un quadro, una natura ancora viva, e di tanto in tanto durante il giorno sostava per ammirarla. A sera buttava via tutto, ritenendo di avere contaminato ogni cosa guardandola troppo. 

Alle 10,15 era già di ritorno. Era stata così distratta al pensiero di quello che era accaduto quella mattina all’alba che aveva deciso di prendere solo delle uova per una bella frittatina con le patate. Si era messa in testa di indagare su quella faccenda e l’unico modo era chiedere direttamente alla vecchia, a costo di farsi cacciare via in malo modo, come era successo anche l’ultima volta. Decise di farlo subito, senza nemmeno lasciare la spesa a casa. Così si fermò sul pianerottolo del terzo piano e concentrandosi tentò di percepire se provenissero dei rumori dall’appartamento della signorina. Non si sentiva nulla. Non che fosse strano. Quella donna non aveva nemmeno il motorino elettrico per pompare l’acqua nei rubinetti. Sapeva che spesso staccava la corrente anche al frigo. Non possedeva nemmeno un boiler. Non guardava televisione. L’unica cosa che usava era una radiolina che ciabattava sempre insieme a lei per casa. 

Nessun rumore! Prese coraggio e si decise a suonare il campanello che però era staccato. Prese a bussare con le nocche della mano, dapprima timidamente. Poi insistentemente. Nessuno rispondeva. Prese la decisione di andare su a casa sua e cercare le chiavi che un giorno le aveva dato, quando si era presa una brutta influenza. Salendo le scale uno strano nodo allo stomaco la prese. Avrebbe voluto non possedere quelle chiavi. Ma subito si riprese, Lia Verruso non aveva timore di nulla! Aprì la porta di casa sua, sistemò velocemente la spesa, aprì il cassetto della credenza, ne scelse un mazzo di chiavi e fu di nuovo sulle scale. 
Bussò ancora un paio di volte mentre provava le serrature cercando le chiavi giuste per quella fortezza. Finalmente fu dentro. Le sue narici fremettero e si arricciarono. A tentoni entrò facendosi guidare da un filo di luce verso il quale si diresse, entrando così in cucina. Allora vide!


venerdì 31 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Quinta parte



La signora Lia Verruso si era sempre alzata all'alba. Detestava le sveglie, non ne aveva mai posseduta una e quando suo marito era morto era stata la prima cosa che aveva fatto sparire del defunto. Aveva sempre odiato quel tic tac che sembrava comandare ogni suo attimo di vita, ogni respiro dell'aria che ingoiava. E che aveva scandito ogni minuto della lunga malattia di quell'uomo. 

Lei non ne aveva bisogno, punto! Sapeva percepire l'attimo stesso in cui il sole faceva capolino su questo emisfero terrestre, il suo corpo lo sentiva e si svegliava all'istante, pronta e vispa come una scolaretta al suo primo giorno di scuola. Lei viveva all'unisono con l'ambiente che la circondava e conosceva ogni rumore del quartiere a quell'ora. Come un direttore d'orchestra sapeva un attimo prima che suono avrebbe sentito e ne sapeva interpretare il significato. Per questo avvertì subito la voce fuori dal coro in quella umida mattina di marzo. E allenata com'era, non le ci volle molto per capire da dove venisse. Solo non riusciva a comprendere perché la signorina del piano di sotto producesse quello strano rumore metallico, oltretutto fuori tempo, privo di ritmo. Strideva proprio con l'armonia dei suoni naturali che era abituata a sentire provenire dal palazzo. Si spostò di stanza in stanza finche non fu proprio sopra a quel rumore. Adesso poteva percepirlo anche con i piedi. Era terribilmente stonato! D'altra parte corrispondeva perfettamente al carattere stridente della vegliarda, non ci si poteva aspettare nulla di melodioso da lei, da una personalità così sgradevole. 

<Si ma ...perché? Perché mai le è venuto in mente di mettersi a 'suonare' come una jazz band fradicia di rum a quest'ora così melodiosa del giorno? > Mentre si faceva queste domande cercava di calcolare il punto esatto di origine di quello strimpellio sgraziato. Non riusciva a stabilire se provenisse dal bagno o dalla cucina. Ma ecco che il suono cessò del tutto. La signora Lia ringraziò mentalmente qualunque cosa fosse intervenuta perché ciò accadesse e tornò alle sue faccende. 


La vecchia era allo stremo. Maledicendo quella brutta stronza del piano di sopra che non capiva un cacchio, svenne. Per parecchio tempo stavolta.


giovedì 30 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Quarta parte


< Sono l'unico superstite di una guerra batteriologica perpetrata ai nostri danni. Noi! Un popolo glorioso che si faceva vanto di possedere le migliori capacità organizzative del pianeta. Noi! Una immensa colonia nota per la sua forza e la sua astuzia. 



Ma anche il più colossale dei giganti cade se l’istinto sopra vale sull’intelletto. Impazziti per quel liquido viscoso emesso da quella cosa, perdemmo ogni ragione ed ogni cautela. Non una guardia rimase a vigilare, nessuno che dirigesse la moltitudine ormai posseduta da una brama indescrivibile, giacché quella maledetta sostanza dava alla testa come il più pericoloso dei poteri….

Evidentemente l’odore era così penetrante che i suoi effluvi arrivarono fino alla Madre. Fu così che l’intero popolo di cui mi onoravo di far parte, si ritrovò a banchettare su quella immensa e generosa carcassa. >


< Lottava per rimanere sveglia. Lottava per avere quel minimo di ossigeno che il suo cervello in lavorio reclamava. Elaborava piani che subito era costretta a scartare per evidenti problemi tecnici, visto che era bloccata lì e niente avrebbe potuto compiere il miracolo di farla muovere. Intanto deglutiva più formiche che poteva. Il suo stomaco di ferro, capace di digerire anche locuste, era entrato a far parte degli aneddoti di famiglia. Quando si voleva fare l’esempio di qualcosa capace di sciogliere più dell’acido delle famiglie mafiose, era al suo stomaco che si faceva riferimento. I malcapitati insetti, nonostante il loro carico incorporato di formalina, facevano una orribile fine bruciati dagli acidi gastrici e dal livore della vecchia. 
Intanto il tempo stringeva. Quelle bastarde parevano aumentare ad ogni secondo, non poteva certo sperare di inghiottirle tutte. Una risata le scrosciò nella mente, immaginando che non avrebbe avuto il tempo necessario per vederle trasformate in merda il mattino dopo. Ruotò gli occhi intorno cercando qualcosa che le potesse dare un’idea di come attuare la sua tremenda vendetta nei confronti del mondo. 

Un bel fuocherello che si portasse via tutto il maledetto palazzo che l'aveva vista crescere e miseramente invecchiare, per esempio. Ma come arrivare al tubo del gas e all'accendino? 

Almeno far correre i pompieri a sgomberare tutti gli inquilini, quei maledetti stranieri, gentili si, ma che non capiscono un cazzo quando gli parli!



Fu allora che si ricordò di avere dato un giorno le chiavi del suo appartamento a quell'impicciona della signora di sopra. Lia non era certo straniera! Anzi fin troppo palermitana! La sua lingua era nota nell'intero quartiere, fino al Borgo Vecchio e ritorno. Ma una volta che aveva avuto una brutta bronchite aveva dovuto cedere, le aveva dato un mazzo delle sue chiavi perché potesse portarle le medicine dalla farmacia. E da allora la stronza aveva inventato mille e una scusa per non restituirgliele quelle chiavi. Quando aveva capito che tanto se ne era fatta sicuramente una copia, aveva desistito a chiederle indietro. Così d'istinto cominciò a battere con la mano sana la bomboletta di insetticida sul piede metallico del vecchio tavolo della cucina. Si stancava in fretta, doveva riposare a lungo dopo una decina di colpi, ma contava sul fatto che ormai era l'alba, il momento di massimo silenzio di tutte le 24 ore.>




mercoledì 29 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Terza parte




< L'ebrezza selvaggia che provavamo aveva qualcosa di atavico, qualcosa che ci riportò tutti quanti allo stadio primordiale della nostra coscienza. Secoli di evoluzione e addestramento vennero spazzati via in un colpo solo grazie a quell'odore così viscerale. Ormai ognuno di noi aveva perso ogni pensiero collettivo ed era tornato ad essere solo ed esclusivamente un individuo, conscio solamente del proprio istinto e del bisogno che imperava attraverso di esso. Nulla di strano quindi che nessuno di noi ebbe premonizione di quanto stava per accadere ... >

< La coscienza si rifiutava di soccorrerla. Si sentiva galleggiare in una specie di sospensione animata, in cui i pensieri andavano avanti da soli, in automatico. I suoi ricordi cominciarono a vagare disordinatamente presentandosi come vecchie foto intrise di immaginarie didascalie. Lei da bambina con le trecce e un enorme fiocco sotto il mento, all'asilo da quelle troie di suore; la ragazza che era stata piena di aspettative nonostante gli anni della grande guerra; l'amore che non era venuto, anzi che l'aveva tradita ancor prima di essere suo; la donna matura e acida che era diventata, costretta a lavorare dodici, quattordici ore al giorno, festivi compresi; infine la vecchiaia, con tutte le sue lordure, le interminabili giornate sempre uguali attraverso le stagioni, i giorni e le notti, l'ora della pillola, del giornale radio, le alzate notturne per pisciare.
Queste ultime immagini le servirono come trait d'union. In una impennata di coscienza tornò in se e si rese conto di essere a terra, con diverse ossa sbriciolate sotto di se e copiosamente sanguinante. Maledicendo l'aspirinetta che la costringevano a prendere per evitare un ictus, responsabile ora di quell'inarrestabile emorragia, cercò di radunare i pensieri e capire come effettivamente stava messa. Non provava paura, il suo carattere arcigno temprato dagli anni di solitudine ed astio ben coltivato nei confronti della vita stessa, la rendevano immune sia all'autocompatimento che al panico. E però non poteva di certo rimanere per sempre così, doveva studiare la situazione. Era così concentrata nel trovare una soluzione, così intontita dalla micidiale botta che aveva preso in pieno viso cadendo, che si accorse solo in quel momento di qualcosa di strano, qualcosa che non tornava. E si, perché quel formicolio che sentiva dentro al naso, la bocca e le orecchie aveva qualcosa di eccessivo perfino nelle sue condizioni! Aprì un occhio tanto quanto le era permesso dalla contusione e si ritrovò a guardare dritta in faccia una formica che, agitando le sue zampine anteriori la azzannò con il suo apparato boccale. Urlò, non tanto per il dolore o la paura, quanto per l'onta ricevuta. Quelle stronze! Era tutta colpa loro! Adesso la stavano smontando pezzetto per pezzetto e portando via nella loro lurida tana. Solo che lei non era un pacco di zucchero! Lungi da lei l'orrore che la situazione avrebbe dovuto procurarle usò, come sempre, quella rabbia per accedere alla sua riserva personale di metodi di vendetta. Infatti era perfettamente conscia di essere spacciata e la cosa non le dava nessun dispiacere, anzi cominciava a provare una sorta di selvaggia gioia nel constatare che le veniva data l'occasione di andarsene facendo danno. Doveva solo resistere fino a quando non le sarebbe venuto chiaro in mente come. >

martedì 28 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Seconda parte




< Gli ultimi granelli di zucchero, questa meravigliosa sostanza che ci avrebbe permesso di crescere e moltiplicarci a dismisura, stavano per essere raccolti dai soldati operai. Ci sentivamo davvero euforici e soddisfatti come solo una missione audace e ben riuscita può rendere un esercito, quando un tremendo rumore ci fece ringoiare tutta la nostra boria in un solo respiro..... >

< Si sciacquò sommariamente le mani e aprì quella terribile porta a soffietto di cui persino lei, con la sua sordità acuta, percepiva il frastuono. Ciabattò un piede dentro la cucina e si bloccò! Una doppia fila di quelle insopportabili formiche si dipanava proprio tra lo stipetto dello zucchero e il davanzale della finestra. Con un grugnito di disapprovazione e trionfo nello stesso tempo allungò la mano verso lo scaffale dove aveva preventivamente riposto la bomboletta di insetticida, ma nell'alzare il braccio troppo repentinamente si sbilanciò barcollando e rovinando sul pavimento. Inutile specificare che le sue fragili ossa di 87enne non ressero l'impatto e che anzi qualcuno si sbriciolò. Di più! La sua faccia nell'incontrare il pavimento cedette e prese a sanguinare copiosamente. A questo punto, grazie ad un pietoso meccanismo antichoc, la vegliarda perse totalmente i sensi ...>

< Qualcosa di enorme comparve all'improvviso muovendosi verso di noi. La sua imponenza era tale da far tremare anche il più temerario di noi, che pure eravamo in tanti. Il tempo si fermò per un lunghissimo istante durante il quale sembrò che il mondo intero perdesse un battito. Poi la cosa si mosse, caracollò e precipitò su di noi. Le file si ruppero e seguì un parapiglia guidato solo da un cieco terrore. Molti di noi scomparvero alla vista sotto quella specie di montagna morbida.
Ma il soldato annidato dentro il nostro raziocinio reagì e, quasi come parte di un solo essere, smettemmo tutti di correre all'impazzata. Convergemmo incontro quella cosa, che ora non si muoveva quasi più, attirati anche da un odore fortissimo che sembrava sgorgare da quell'abominevole massa. Qualcosa di liquido e viscoso si stava ora spandendo sul pavimento e l'odore veniva proprio da li. L'analizzatore di sostanze incorporato dentro ognuno di noi ci disse che si trattava di un elemento ricchissimo di nutrienti vitali. Cosi ricco che una sola goccia poteva bastare ad ognuno di noi per sopravvivere ad un intero inverno. Non fu necessario nessun comando perché tutti ci riversassimo all'unisono in direzione di quella incredibile manna. Molti rimasero invischiati su quella sostanza appiccicosa, e vennero usati come gradini di una scala per arrivare direttamente sulla cosa che la produceva. Seguendo la scia ci riversammo dentro delle rosse caverne che sembravano la fonte di quell'incredibile abbondanza. Una voluttà demoniaca ci prese mentre sguazzavamo in quel rossore profondo, dimentichi di tutto, salvo di quel presente ... >

lunedì 27 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Prima parte



 < Arrivammo che era notte. Oltre il buio, la distanza ci separava dalla Madre. La missione incombeva. Avevamo paura, ma nulla avrebbe potuto prepararci meglio di una lunga attesa dietro le dune. Una strana palla luminosa si muoveva lentamente nel cielo. A guardarla faceva male agli occhi. Ci sentivamo scoperti. Quello che vedevamo intorno a noi era uno spazio troppo infinito da immaginare. Ci stringemmo ancora di più, almeno quel tanto che ci permettevano le nostre corazze. Eravamo davvero tanti! Guardarci tutti ci metteva coraggio. Il numero è la nostra forza, ripetevamo tra di noi. Riusciremo nella nostra missione di sopravvivenza, l'intero popolo dipende da noi, da quello che saremo capaci di concludere in queste poche ore. Dall'inizio della fila ci giunse il sibilo del comando. Serrammo ancora di più i ranghi e ci precipitammo tutti nella stessa direzione, seguendoci l'un l'altro come ci era stato insegnato durante il lungo addestramento. I guastatori avevano trovato un punto debole e da li ci riversammo dentro come un fiume in piena. Il nostro apparato in dotazione ci permetteva di dirigerci a colpo sicuro verso la meta. Quelli più avanti di noi avevano già raggiunto l'obiettivo e un'altra fila si stava già formando con direzione inversa alla nostra. Il bottino era davvero di quelli eccezionali, così come ci aveva garantito Il Saggiatore.
Tutto andava a meraviglia, l'operazione si svolgeva con grande efficienza e velocità. Non avremmo tardato ad ultimare la missione e tornare sani e salvi dalla Madre con un prezioso bottino. 

Uno strano rumore ci allarmò. Sembrava come di acqua che cade. Per un attimo ci bloccammo spaventati, poi arrivò l'ordine di continuare..... >

< La sua vescica era ormai una crêpe inservibile. Le toccava alzarsi due tre volte a notte. Era stata dal dottore, quell'eurologo le aveva prescritto delle pillole. Le aveva provate, ma l'unico effetto, peraltro non previsto, era stato quello di coprirsi di un rash cutaneo stile fuoco di sant’Antonio. Aveva provato col vaso da notte, ma più di una volta lo aveva rovesciato giusto quando era già pieno. Infine la mutua aveva preso a passarle quegli osceni pannoloni da superbimbaminkia. Ma non ce la faceva proprio a sopportarli, anche perché provateci un po’ voi a mettervi il pannolone da soli! Lo attacchi da una parte e quando provvedi dall'altra, ti accorgi che è tutto sbilenco. Riprovi una, due, tre volte finché non si spappola tutto per casa che poi ti tocca pure ripulire! 

Anche quella notte era già la terza volta che si alzava. Aveva sonno, Cristo! Bei tempi quando se la tirava sei sette ore di fila! Che la mattina era lucida e attiva, non come adesso, una perenne rincoglionita che mastica risentimento a ogni passo che muove. 

Dopo la solita interminabile attesa che anche le ultime gocce di urina fossero venute giù, si asciugò alla meglio, si tirò su dal water, si girò e tiro lo sciacquone .... >


martedì 9 settembre 2014

Sonia Serravalli - L'Amore Abusivo (da Palo Quattro)


C'è la luna piena nel piccolo cortile che nella casetta separa il soggiorno dalle camere da letto. La consistenza della sera sa di sapone, i riflessi sui muri sono vacui e acquosi. Il vento porta respiri di latte e di sale. Qualcuno suona un pianoforte. Le note si librano attorno al faro come foglie sciolte.

Nel plenilunio di due mesi fa, facevamo l'amore sopra questi stessi cuscini sparsi, come protagonisti di qualcosa che dura per sempre. Allora diventavo preda, ruscello, burro. Fissavo la luna senza parlare mentre mi lasciavo fare ostaggio, estasi, viaggio liquido. Non c'era quella sera in tutto lo spazio dell'essere un modo diverso o migliore di fare l'amore di quelle due figure perfette, nel covo vicino al faro.

“Non parlare,” mi diceva, e io non avevo nessuna intenzione di farlo, mentre incastravo i miei occhi dentro il satellite lasciandomi squartare.

Curioso quanto l'atto sessuale assomigli a un assassinio. Questo pensiero solcava a volte la mia mente con la velocità di un lampo, poi se ne andava, nello svenimento che mi procurava Peter quando nutriva il mio corpo, lo dissetava, lo viziava, lo riempiva, lo stordiva.

C'era la stessa luce quella sera e allora ci sembrava di non riuscire a respirare se non incollandoci l’uno all'altra, nel calore dell'altro, se non insieme. Adesso la luna erompe sopra i tetti e alle mie finestre, per quanto mi nasconda, e dentro questo stesso cortile per me sola. Insensibile e raminga, vorrei poterla cancellare. Filtra in tutte le fessure la sua bellezza vampira. Non vederla è impossibile.

Sa più di me? Chi sa più di me? Chi può dare un senso a ciò che è illogico, spiegarmi ciò che è inaspettato, salvarmi dalla sorpresa e dalla deriva?

In qualche anfratto non disinnescato, Katie Melua canta I cried for you impastando la notte
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Pag. 119 di PALO QUATTRO - L'AMORE ABUSIVO di Sonia  Serravalli, edito da Monetti Ragusa Editore

lunedì 8 settembre 2014

Silvana Di Girolamo (Dinka) - Viaggio Astrale


Ed è un turbine che mi prende. Litri, quintali di acqua torbida, quasi solida, mi travolgono. Vortico in questo fluido denso che via via si fa sempre più limpido e fresco. Gira la mia testa. No! E’ tutto il mio corpo che gira. Tento di resistergli. Non posso. Mi sento come implodere e trasformare in un caleidoscopio gigante, fatto di piccole, innumerevoli parti. Ho tanta paura di perdere qualcosa di me … Tento di sintonizzare la velocità della mia testa con quella del corpo. Con uno sforzo di concentrazione estrema ce la faccio, raccolgo tutte le mie parti e le tengo insieme, saldamente. Ma è uno sforzo che mi consuma. Già nelle regioni più estreme di questa massa indescrivibile che mi avviluppa, vedo parti sfilacciate di me che si disperdono. E’ tutto inutile! Precipito! Dal buio profondo lampi accecanti squarciano la luce stessa. Voci e suoni nascono da chissà dove. Cerco di concentrarmi su una voce. Ecco, ci sono. So che quelle che sono abituata a considerare come le mie orecchie possono comprendere quei suoni, quelle voci. Urlo nello sforzo di carpire quelle parole sussurrate e al contempo gridate, di dare ad esse un senso. E, intanto, un pensiero nasce come una microscopica cellula pulsante, non so più se dentro la mia testa o altrove, dentro o fuori di me: PERCHE’? Perche sforzarsi di capire ? Non è forse meglio essere? Essere è qualcosa che non si può spiegare ma che tutti possono riconoscere. Non importa se perderò la mia individualità, io voglio, io “DESIDERO ESSERE”! Mi abbandono totalmente, lascio che corpo, mente, cosmo o quello che è facciano tutto da soli. E’ una sensazione fantastica ed allo stesso tempo molto reale. Ogni fibra, ogni particella del mio essere respirano all’unisono. La luce mi inebria e mi sostiene, tutto il resto è lontano e inutile, ormai. I pensieri vengono sostituiti da percezioni chiare, limpide, bellissime, in un modo che non comprendo, ma non importa. L’essere che fui mi parla: “Io non mi opporrò mai più, non lascerò nemmeno per una volta ancora che pensieri ed echi morte, consumati dall'ingordigia e dal tempo, condurranno la tua vita. Sei libera, adesso!”
Sento che non sono mai stata così me stessa come ora. Mi sento “piena”, non mi sento più sola, senza neanche sapere di essermi sentita sola. C’è un ordine magnifico in ogni cosa, tutto risplende senza accecarmi, tutto è intenso senza ferirmi, non ci sono più grida, solo una pace e un’armonia che non sapevo essere capace di provare. E’ così bello essere cullati come da bambini … Ma ecco che, senza rendermene conto, perdo di nuovo il sincronismo del mio corpo. Sento come un roboante click ..... tumtum … tumtum … tumtum …… batto più volte le palpebre e il cuore. Le Mie palpebre, il Mio cuore - Le palpebre ed il cuore del Mio corpo! - Smarrita e confusa mi guardo dolorosamente intorno. Il mare e' calmo nella minuscola cala e le piccole onde di una risacca lieve e dolce formano sbuffi di schiuma bianca. Michele mi guarda sorridendo e mi dice: avevi un aspetto così perfetto! Sembravi avessi trovato l’equilibrio con il TUTTO! Ti ho scattato una foto, guarda! Mi porge la macchina digitale ed io, confusa e ancora piena di sensazioni, guardo dentro il display, dove un essere che non riconosco giace con gli occhi chiusi e il sorriso sereno di chi finalmente ha capito di avere tutto.


ph Francesca Woodman


sabato 6 settembre 2014

Andre Folco Lasdo - La Noia e la torba


da web

Erano i giorni della calura, dei moschini sbronzi stecchiti nei bicchieri unti di vino e della bruma di spolvero che le cave di escavazione ansimavano nel cielo opaco, così grigio e basso e immobile da sembrare una tela cerata sopra il corpo d’un morto. I ragazzi pedalavano nella polvere, giù fino alla torbiera dove le foci del fiume si coagulavano dense, rivoltandosi e schiumando in un brodo di pantano, muschi, erbe vesciche ed acqua malsana.
Flavio, che con i suoi quattordici anni era il più grande del gruppo e con le sue gambe magre e svelte quasi sempre il primo ad arrivare sul posto, smontò al volo dalla bicicletta e subito infilò un braccio nello stomaco marcio del pioppo, squarciato da un fulmine una sera d’estate. Tastò qualcosa e sorrise, soffiandosi via le formiche rosse appese alla mano. Quando arrivarono gli altri e le loro grida, già sventolava in aria tutto eccitato, paonazzo in viso e con fare trionfante il pacco di carta giornale. 
Dentro -come le volte scorse- ci stavano cinque pacchetti di sigarette e due riviste pornografiche ancora avvolte nel cellophane. 
Si misero seduti in cerchio, con al centro la carcassa del vecchio pioppo. Una tribù di piccoli indiani intorno al loro divino totem in una sorta di culto del vizio, del peccato e delle proibizioni; un rito d’iniziazione che li avrebbe mutati dalla forma acerba e frangibile delle creature fanciullesche in quella vigorosa e immensamente più elevata degli uomini fatti. Allora c’era chi fumava davvero, espirando il fumo dal naso, chi si sforzava di trattenere lo scoppio di tosse e chi, come Nicola che non aveva ancora compiuto tredici anni, abbassava la testa ricciuta sulle ginocchia incrociate per nascondere il rossore degli occhi brucianti. In silenzio poi, a turno si passavano gli accendini e le riviste zozze. Matteo che “sapeva le cose” perché spiava la sorella maggiore dalla serratura del cesso, ridacchiava e si divertiva a sfottere gli amici più imbranati manco fosse un marchettaro navigato mentre a Paolino, figlio di bifolchi, quelle fotografie di corpi depilati, nudi e sbattuti uno sull’altro parevano maiali stipati nei recinti che si leccavano la coda, la merda e la piscia a vicenda, grugnendo di piacere. In cuor loro però, i ragazzi inumidendosi e mordicchiandosi a lungo la

mercoledì 16 luglio 2014

Dinka - Visions (mini racconto)


…Attraverso le pupille dell'uccello potevo percepire piccoli mondi che si muovevano intersecandosi, allacciandosi  gli uni agli altri. 
Brulichii di esistenze che si incontravano, si attraversavano inconsapevoli di se stessi e degli altri. Solitudini a cottimo pagate male, che non avrebbero mai raggiunto una età pensionabile, si consumavano in un qui e ora orfano. Privati di un presente come di un futuro, irraggiungibile se non attraverso una consapevolezza spenta e disillusa. Pochi avevano un aspetto ben definito. I più vagavano nella loro forma amorfa priva di consistenza e di spessore. Ognuno di questi mondi si muoveva in un'unica direzione, come in un termitaio organizzato e produttivo. Ma cosa trasportavano non riuscivo a indovinare. Mi avvicinai di più all'uccello che emise un suono pregno di allarme. E fu allora che compresi! Compresi la mostruosità che stavo osservando da alcuni minuti senza sperimentarne la portata! Quegli esseri ... Quelle cose ... Non erano creature complete! Erano solo smozziconi di frasi, di parole il cui insieme risultava  totalmente disarticolato! Ecco, pensai! Ecco dove vanno a finire i nostri pensieri dimenticati, i progetti abbandonati, gli sprazzi di ricordi! Nel riconoscere alcune cose mie ebbi un moto di orrore. Chi era quella donna che aveva avuto quel pensiero? Non certo io! E quel progetto bislacco …? E quell’azione immaginata così bene da essere quasi materiale persino in questo immondo cimitero di pensieri viventi? Ommioddio! Non era possibile, non riuscivo ad ascoltarmi, mi tappavo le orecchie, mi artigliavo il ventre, addentavo i miei bicipiti,  ma quelle cose oramai mi strisciavano dentro. Erano dappertutto e io urlavo, urlavo e mi dimenavo provando orrore misto ad un piacere così disgustoso che mentre vomitavo ero in preda ad orgasmi multipli. E intanto che ero travolta da tutto questo riuscivo anche a vedermi e a generare ancora pensieri che si univano agli altri in un divenire senza fine. Chi sono? Non mi piaccio … non mi voglio …. uccidimi, fammi morire ti scongiuroooo ….! Lasciami implodere ed esondare da me stessa. Liberami da questa carne e da questa immonda blasfemia …! Improvvisamente, mentre con un immaginario colpo di reni  sfuggivo all’assalto di una ennesima orda di pensieri viventi, una lama di buio assoluto colpì i miei occhi. Prontamente mi rifugiai in quell’oasi di pasciuto sollievo e lì giacqui cercando di riprendere fiato e senno. Ma il mio viaggio non era ancora finito. 


pic web