sabato 6 settembre 2014

Andre Folco Lasdo - La Noia e la torba


da web

Erano i giorni della calura, dei moschini sbronzi stecchiti nei bicchieri unti di vino e della bruma di spolvero che le cave di escavazione ansimavano nel cielo opaco, così grigio e basso e immobile da sembrare una tela cerata sopra il corpo d’un morto. I ragazzi pedalavano nella polvere, giù fino alla torbiera dove le foci del fiume si coagulavano dense, rivoltandosi e schiumando in un brodo di pantano, muschi, erbe vesciche ed acqua malsana.
Flavio, che con i suoi quattordici anni era il più grande del gruppo e con le sue gambe magre e svelte quasi sempre il primo ad arrivare sul posto, smontò al volo dalla bicicletta e subito infilò un braccio nello stomaco marcio del pioppo, squarciato da un fulmine una sera d’estate. Tastò qualcosa e sorrise, soffiandosi via le formiche rosse appese alla mano. Quando arrivarono gli altri e le loro grida, già sventolava in aria tutto eccitato, paonazzo in viso e con fare trionfante il pacco di carta giornale. 
Dentro -come le volte scorse- ci stavano cinque pacchetti di sigarette e due riviste pornografiche ancora avvolte nel cellophane. 
Si misero seduti in cerchio, con al centro la carcassa del vecchio pioppo. Una tribù di piccoli indiani intorno al loro divino totem in una sorta di culto del vizio, del peccato e delle proibizioni; un rito d’iniziazione che li avrebbe mutati dalla forma acerba e frangibile delle creature fanciullesche in quella vigorosa e immensamente più elevata degli uomini fatti. Allora c’era chi fumava davvero, espirando il fumo dal naso, chi si sforzava di trattenere lo scoppio di tosse e chi, come Nicola che non aveva ancora compiuto tredici anni, abbassava la testa ricciuta sulle ginocchia incrociate per nascondere il rossore degli occhi brucianti. In silenzio poi, a turno si passavano gli accendini e le riviste zozze. Matteo che “sapeva le cose” perché spiava la sorella maggiore dalla serratura del cesso, ridacchiava e si divertiva a sfottere gli amici più imbranati manco fosse un marchettaro navigato mentre a Paolino, figlio di bifolchi, quelle fotografie di corpi depilati, nudi e sbattuti uno sull’altro parevano maiali stipati nei recinti che si leccavano la coda, la merda e la piscia a vicenda, grugnendo di piacere. In cuor loro però, i ragazzi inumidendosi e mordicchiandosi a lungo la
punta delle dita, voltavano le pagine con estrema lentezza e le dita a poco a poco, diventavano turgide e rossastre come quei grandi capezzoli. 
Ora tacevano, ora sbuffavano oppure si guardavano di straforo per vedere negli occhi e nelle gote dell’altro che aspetto e che colore assumevano l’imbarazzo, e la scoperta di quei nuovi scorci delle carni che si facevano strada attraverso altre carni. 
E là vicino, sotto la chioma del salice, a trenta passi c’era ancora e sempre Lui. 
Fra di loro e “il mostro della palude”, perché è così che lo chiamavano, dall'inizio dell’estate seguitava quel tacito accordo, quel segreto germogliato nella fanghiglia. 
Arrivarono lì un sabato come tanti, quando il sole si sdraia sfatto e il suo sbadiglio ti arrostisce la faccia. Qualcuno aveva sentito da qualcun altro la storia di un bimbo che anni prima era tragicamente sprofondato nella torba. 
La torba con i suoi composti tannici e le sostanze acide, la silenziosa e lenta attività dei batteri e lo scarso ossigeno, gli strati di piante che si legano ai resti di animali e d’insetti. Un ambiente che inibisce la decomposizione dei tessuti organici conservando animali morti o anche, resti umani. Andare laggiù e cercare in un rigurgito della superficie viscosa la “mummia” del moccioso sprofondato era un modo come un altro per scivolare sulla schiena sudata di quel giorno fino a scendere alle caviglie della sera, con la sua frescura di luna.
L’uomo si avvicinò senza fretta. Aveva una faccia buona, gli occhi celesti e un fiore di ninfea fra le dita. Passeggiava da quelle parti e disse che bisognava stare attenti, che in certi punti del sentiero il fango si squagliava sotto ai piedi e in meno di un minuto ti trascinava sotto fino alla gola e allora addio, non ne uscivi più. 
Potevi essere grande e grosso e forte come un mulo ma la torba ti mangiava lo stesso, ingoiandoti per intero. Lì sotto, nella sua pancia fredda e scura ci stavano carcasse di cavalli ancora legati alle carrette, vacche rotolate nel fondo, monnezza di ogni genere e forse, si diceva che forse, pure qualche morto ammazzato e fatto sparire. Le sue storie facevano spavento ma la sua voce era gentile, aleggiava leggera nella palude, per dire, come il canto di una farfalla sopra un secchio di sanguisughe. Allora l’uomo da una tasca tirò fuori del tabacco e si arrotolò una paglia. Uno dei ragazzi chiese da fumare e lui, senza dir nulla accese e passò. Non disse -siete troppo giovani, tornatevene a casa dalle vostre madri a mangiare burro e mostarda- ma serenamente sorrise, e tacque. 
Poi un volatile fece il suo verso e lui: “è una folaga, canta quando il diavolo ti guarda” e ai ragazzi il sangue si indurì nelle vene ma siccome erano ragazzi, spavento si fece subito risa. 
“se volete ancora da fumare, ragazzi, io tutti i sabati a quest’ora sono qui. Vado in giro, faccio due passi, porto a spasso la mia carriola d’ossa… vedete lì, lo vedete quel pioppo? Quel pioppo con il cuore spaccato da una gran saetta. Andate là e troverete da fumare”. 
Andarono lì il sabato dopo, in quell’ora. Ci andarono per lo stesso motivo che tramuta dei mocciosi curiosi in piccoli manufatti di melma: la Noia.
Frugarono nel tronco e trovarono tabacco e dell’altro. 
E più in là, come un grosso ragno a strisce sotto le braccia del salice bianco, a trenta passi nella terra molle e attaccaticcia, videro l’uomo e lui vide loro. Aveva le brache e le mutande afflosciate fino alle caviglie. Con una mano stringeva quel tubo di carne gonfia fra le gambe nude e le spalle e la schiena e gli occhi e il corpo tutto era scosso da un tremore che ricordava pressappoco quello dei cani vecchi e ammalati. 
Nessuno di loro ebbe paura. Piuttosto una vaga sensazione di disgusto o forse pena, poi la scena, a tratti parve divertirli ed infine, subentrò un disinteresse generale. Era solo un uomo che si tirava una sega alla luce del giorno, nell'umidità che fuoriusciva dai pori della terra, a trenta passi da loro. Un adulto mezzo citrullo che non sbraitava però, non agitava i pugni in aria e non dava ordini, che aveva sigarette ed altro nelle tasche. 
Papà si tirava le seghe, il giornalaio si tirava le seghe, don Marcello si tirava le seghe, forse anche Gesù stesso faceva quello ma era meglio non dirlo in giro.
“ma che cazzo combina?” chiese Nicola 
“credo si stia facendo una sega, oppure ha infilato l’uccello in una presa della corrente che dici?” rispose qualcuno e tutti giù a ridere. 
Le riviste e le numerose sigarette attirarono l’attenzione dei ragazzi che voltando le spalle all’uomo diedero inizio a quella che sarebbe stata la prima giornata dedicata al vizio nella torba. La più intensa nelle emozioni e certamente la più stramba di tutte quelle che seguirono. E quando anche l’ultima paglia fu succhiata fino al midollo, fino all'emicrania e ai crampi di pancia e l’ultima pagina rivoltata e scrutata per l’ultima volta, i ragazzi ruppero il cerchio e si alzarono traballando come ubriachi, sazi e stanchi, dolorosamente eccitati e con le balle dure. Sotto il salice ora, vi era rimasto soltanto un fazzoletto di carta giallastro, appallottolato
e buttato lì come se qualcuno avesse spremuto l’anima di quella farfalla che fino a poco prima cantava con tanta delicatezza le sue storie d’orrore, mentre adesso con una folata di vento sarebbe finita anch'essa nella bocca della torba, insieme alle vacche, ai morti ammazzati e ai bimbi curiosi. 
I ragazzi e i loro padri, tutti figliastri della periferia. Là, dove la grande Noia frantumava le ossa nel lavoro duro e le rimetteva insieme lubrificandole con l’acquavite dei bar, o con i liquori nascosti dietro le conserve. Là dove le chiese avevano ancora ampi parcheggi gremiti di grosse utilitarie luccicanti. Là ai margini delle foci, fra i giochini e le fugaci distrazioni che si intervallavano a una tragedia e l’altra. Così i padri ascoltarono le voci della periferia e le voci sapevano di marcescenza, felce palustre, tabacco e ninfea, carta patinata e liquido seminale.
Aspettarono il mostro delle paludi in tre, forse in cinque. Quel degenerato che aveva un nome e quindi una storia e perciò, una disgrazia da portare con sé. 
Nato in mezzo all'alito caldo delle bestie, sua madre lo cacò dentro una stalla e mentre urlava di dolore i mosconi le mordevano la lingua. Cresciuto in un posto d’accoglienza per orfani e figli di nessuno aveva imparato ben poco sulle carezze, le favole e i balocchi. Ma conosceva ad esempio in quanti e quali modi poteva essere usata una cinghia di cuoio. Che quando non reggeva i calzoni diventava la lingua di una serpe con il suo morso istantaneo seguito dal bollore del sangue. Sapeva che il bastone può sostenere una schiena o spezzarla, quando svuota l’aria nei polmoni e accende una grande luce dietro le palpebre. Gli abusi poi, andavano ben oltre la tumida materia dei lividi. I suoi custodi lo avevano usato e rigirato come un pastrano lacero e adesso, bucato fuori e lurido dentro, non aveva più né pelle né cuore. 
Aveva visto di cosa erano capaci gli uomini furiosi, gli uomini innamorati, gli uomini annoiati. 
E così le sue solitudini, lo avevano spinto fino alla palude. 
Qualcuno ha scritto, ha detto o magari soltanto pensato, che le persone incapaci di azioni violente molto spesso sono anche incapaci di proteggersi dalla violenza. Eppure, nonostante i malanni e le malegrazie, sfigurati dal mondo, essi conservano quella consapevolezza emotiva che è il seme della loro Natura.
I padri aspettarono il mostro delle paludi in tre, forse in cinque.
Non si difese neppure. 
Quel sabato i ragazzi trovarono un vuoto nello stomaco del pioppo. E sotto al salice bianco, solamente la sagoma d’ombra delle sue larghe fronde. 
I padri avevano ucciso. 
Avevano un motivo per uccidere e magari, aspettavano quel motivo da tutta la vita.
I resti di questa storia, riposano ancora là sotto.