mercoledì 29 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Terza parte




< L'ebrezza selvaggia che provavamo aveva qualcosa di atavico, qualcosa che ci riportò tutti quanti allo stadio primordiale della nostra coscienza. Secoli di evoluzione e addestramento vennero spazzati via in un colpo solo grazie a quell'odore così viscerale. Ormai ognuno di noi aveva perso ogni pensiero collettivo ed era tornato ad essere solo ed esclusivamente un individuo, conscio solamente del proprio istinto e del bisogno che imperava attraverso di esso. Nulla di strano quindi che nessuno di noi ebbe premonizione di quanto stava per accadere ... >

< La coscienza si rifiutava di soccorrerla. Si sentiva galleggiare in una specie di sospensione animata, in cui i pensieri andavano avanti da soli, in automatico. I suoi ricordi cominciarono a vagare disordinatamente presentandosi come vecchie foto intrise di immaginarie didascalie. Lei da bambina con le trecce e un enorme fiocco sotto il mento, all'asilo da quelle troie di suore; la ragazza che era stata piena di aspettative nonostante gli anni della grande guerra; l'amore che non era venuto, anzi che l'aveva tradita ancor prima di essere suo; la donna matura e acida che era diventata, costretta a lavorare dodici, quattordici ore al giorno, festivi compresi; infine la vecchiaia, con tutte le sue lordure, le interminabili giornate sempre uguali attraverso le stagioni, i giorni e le notti, l'ora della pillola, del giornale radio, le alzate notturne per pisciare.
Queste ultime immagini le servirono come trait d'union. In una impennata di coscienza tornò in se e si rese conto di essere a terra, con diverse ossa sbriciolate sotto di se e copiosamente sanguinante. Maledicendo l'aspirinetta che la costringevano a prendere per evitare un ictus, responsabile ora di quell'inarrestabile emorragia, cercò di radunare i pensieri e capire come effettivamente stava messa. Non provava paura, il suo carattere arcigno temprato dagli anni di solitudine ed astio ben coltivato nei confronti della vita stessa, la rendevano immune sia all'autocompatimento che al panico. E però non poteva di certo rimanere per sempre così, doveva studiare la situazione. Era così concentrata nel trovare una soluzione, così intontita dalla micidiale botta che aveva preso in pieno viso cadendo, che si accorse solo in quel momento di qualcosa di strano, qualcosa che non tornava. E si, perché quel formicolio che sentiva dentro al naso, la bocca e le orecchie aveva qualcosa di eccessivo perfino nelle sue condizioni! Aprì un occhio tanto quanto le era permesso dalla contusione e si ritrovò a guardare dritta in faccia una formica che, agitando le sue zampine anteriori la azzannò con il suo apparato boccale. Urlò, non tanto per il dolore o la paura, quanto per l'onta ricevuta. Quelle stronze! Era tutta colpa loro! Adesso la stavano smontando pezzetto per pezzetto e portando via nella loro lurida tana. Solo che lei non era un pacco di zucchero! Lungi da lei l'orrore che la situazione avrebbe dovuto procurarle usò, come sempre, quella rabbia per accedere alla sua riserva personale di metodi di vendetta. Infatti era perfettamente conscia di essere spacciata e la cosa non le dava nessun dispiacere, anzi cominciava a provare una sorta di selvaggia gioia nel constatare che le veniva data l'occasione di andarsene facendo danno. Doveva solo resistere fino a quando non le sarebbe venuto chiaro in mente come. >