giovedì 30 ottobre 2014

Nessuno sceglie di che morte morire di Silvana Di Girolamo - Quarta parte


< Sono l'unico superstite di una guerra batteriologica perpetrata ai nostri danni. Noi! Un popolo glorioso che si faceva vanto di possedere le migliori capacità organizzative del pianeta. Noi! Una immensa colonia nota per la sua forza e la sua astuzia. 



Ma anche il più colossale dei giganti cade se l’istinto sopra vale sull’intelletto. Impazziti per quel liquido viscoso emesso da quella cosa, perdemmo ogni ragione ed ogni cautela. Non una guardia rimase a vigilare, nessuno che dirigesse la moltitudine ormai posseduta da una brama indescrivibile, giacché quella maledetta sostanza dava alla testa come il più pericoloso dei poteri….

Evidentemente l’odore era così penetrante che i suoi effluvi arrivarono fino alla Madre. Fu così che l’intero popolo di cui mi onoravo di far parte, si ritrovò a banchettare su quella immensa e generosa carcassa. >


< Lottava per rimanere sveglia. Lottava per avere quel minimo di ossigeno che il suo cervello in lavorio reclamava. Elaborava piani che subito era costretta a scartare per evidenti problemi tecnici, visto che era bloccata lì e niente avrebbe potuto compiere il miracolo di farla muovere. Intanto deglutiva più formiche che poteva. Il suo stomaco di ferro, capace di digerire anche locuste, era entrato a far parte degli aneddoti di famiglia. Quando si voleva fare l’esempio di qualcosa capace di sciogliere più dell’acido delle famiglie mafiose, era al suo stomaco che si faceva riferimento. I malcapitati insetti, nonostante il loro carico incorporato di formalina, facevano una orribile fine bruciati dagli acidi gastrici e dal livore della vecchia. 
Intanto il tempo stringeva. Quelle bastarde parevano aumentare ad ogni secondo, non poteva certo sperare di inghiottirle tutte. Una risata le scrosciò nella mente, immaginando che non avrebbe avuto il tempo necessario per vederle trasformate in merda il mattino dopo. Ruotò gli occhi intorno cercando qualcosa che le potesse dare un’idea di come attuare la sua tremenda vendetta nei confronti del mondo. 

Un bel fuocherello che si portasse via tutto il maledetto palazzo che l'aveva vista crescere e miseramente invecchiare, per esempio. Ma come arrivare al tubo del gas e all'accendino? 

Almeno far correre i pompieri a sgomberare tutti gli inquilini, quei maledetti stranieri, gentili si, ma che non capiscono un cazzo quando gli parli!



Fu allora che si ricordò di avere dato un giorno le chiavi del suo appartamento a quell'impicciona della signora di sopra. Lia non era certo straniera! Anzi fin troppo palermitana! La sua lingua era nota nell'intero quartiere, fino al Borgo Vecchio e ritorno. Ma una volta che aveva avuto una brutta bronchite aveva dovuto cedere, le aveva dato un mazzo delle sue chiavi perché potesse portarle le medicine dalla farmacia. E da allora la stronza aveva inventato mille e una scusa per non restituirgliele quelle chiavi. Quando aveva capito che tanto se ne era fatta sicuramente una copia, aveva desistito a chiederle indietro. Così d'istinto cominciò a battere con la mano sana la bomboletta di insetticida sul piede metallico del vecchio tavolo della cucina. Si stancava in fretta, doveva riposare a lungo dopo una decina di colpi, ma contava sul fatto che ormai era l'alba, il momento di massimo silenzio di tutte le 24 ore.>