sabato 26 marzo 2016

COME UNA SPECIE DI SORRISO - Luca Oggero



Non era la prima volta che lo faceva e oramai il copione lo conosceva bene…
Trovò immediatamente il tizio che faceva al caso suo: giacca, cravatta e valigetta. Portava  un paio di occhiali con la montatura in tartaruga. Doveva avere all’incirca la sua età: oltre i quaranta ma meno di cinquanta.
Mentre un gran numero di persone piuttosto indaffarate camminava a passo spedito su e giù per il grande corridoio, dalle cui ampie vetrate trasparenti il sole delle diciassette proiettava i suoi raggi obliqui, il tizio, solitario, si era avvicinato ad uno degli ascensori e aveva premuto il tasto di chiamata. 
Gli si fece dietro e come l’altro entrò nella cabina lo seguì.
“Scende anche lei a piano terra?” gli domandò l’uomo incravattato.
“Sì, a pianterreno anch’io…”.
L’elegantone premette il pulsante “T” e iniziarono la discesa. 
Era il momento.

Estrasse il coltello e lo puntò sotto la gola del compagno di viaggio:
“Non fare scherzi del cazzo e andrà tutto bene. Voglio soltanto portafoglio, orologio e cellulare. Se me li dai non ti farò nulla e quando usciremo di qui potrai tornartene tranquillo a casa tua!”.
“D’accordo… Farò quel che mi hai detto ma mi raccomando… Stai fermo con quel coso…”.
Il tizio iniziò a frugarsi nei pantaloni e consegnò lo smartphone nella mano che il rapinatore aveva libera.
Stava armeggiando nella tasca posteriore dei pantaloni in cui teneva il portafoglio quando di colpo l’ascensore si bloccò e le luci si spensero.
Dannazione! A un’evenienza del genere proprio non aveva pensato… Le altre due volte che aveva messo in atto questo genere di esperimento il tempo del viaggio dai piani alti, dove si trovavano gli uffici delle aziende, al pianterreno era stato sufficiente per sottrarre all’impiegato di turno i suoi beni e una volta aperte le porte dell’ascensore aveva potuto uscire dal palazzo e mescolarsi all’anonima folla che animava i marciapiedi del centro cittadino.  
Adesso l’abitacolo era completamente buio. Abbassò il braccio, tenendo ora la lama del coltello puntata verso la pancia dell’altro o almeno così credeva, e con l’altra mano estrasse lo Zippo e accese. 
La fiammella rischiarava ora il volto e si rifletteva doppia nelle lenti dell’uomo con la valigetta. Rimasero a guardarsi in silenzio per alcuni tesissimi secondi poi fu l’uomo con la cravatta a parlare per primo: 
“Senti, potresti anche smettere di puntarmi addosso quell’affare… Tanto di qui non posso certo fuggire, non ti sembra?”.
L’altro lo fissò come inebetito. Forse il tizio in giacca e cravatta non aveva poi tutti i torti. Ritrasse la lama del serramanico e ripose il coltello nella tasca interna del giubbotto di jeans.
“Sai se possiamo fare qualcosa per uscire da questa situazione?” domandò all’uomo con gli occhiali.
“Prova a chiamare qualcuno col mio telefono”.
L’altro tirò fuori lo smartphone, armeggiò un po’ poi lo rimise in tasca sconsolato: 
“Non c’è campo…”.
“Allora non ne ho idea. Qui sul pannello c’è il tasto dell’allarme… Ecco, l’ho premuto ma mi sa che la corrente è andata via e nemmeno i pulsanti funzionano… Credo non ci resti altro da fare che aspettare che qualcuno si accorga del guasto e rimetta in moto l’ascensore”.
“Bel guaio, cazzo!” e il tizio col giubbotto di jeans si sedette a terra contro la parete appoggiando sul pavimento l’accendino fiammeggiante. Per fare un po’ più di luce tirò fuori dalla tasca lo smartphone che l’altro gli aveva consegnato e lo appoggiò in piedi alla parete con lo schermo acceso. 
L’uomo con gli occhiali lo osservava nella penombra, in piedi, la valigetta a fianco dei polpacci. 
“Dimmi un po’… E’ tanto che fai questo genere di lavoro?”.
Lui lo fissò con diffidenza, quasi con una sorta di disprezzo. Poi spostò lo sguardo al pavimento dell’ascensore e cominciò a parlare.
“No, non è tanto… Sono uno che ha sempre lavorato, io, che ti credi? Ma due anni fa mi hanno lasciato a casa e non ho più trovato nient’altro. Nel frattempo il sussidio di disoccupazione è finito e io ho una compagna anche lei disoccupata e un figlio…”.
“Quanti anni ha tuo figlio?”.
“Otto. Ha appena iniziato la terza”.
“Anche la mia più grande ha iniziato la terza!”.
“Perché, quanti ne hai?”
“Due. Il più piccolo va ancora alla materna, inizierà le elementari l’anno prossimo”.
Tacquero per un attimo fissando ambedue il pavimento, poi l’incravattato alzò gli occhi e riprese a parlare.
“Sai che quasi ti invidio?”.
“Ma che cazzo dici? Come fai ad invidiare me, sono il peggiore dei disperati…”.
“Almeno tu non devi sopportare l’incubo quotidiano delle angherie che devo subire io ogni giorno. A cominciare da questa…”.
Il tizio disfece il nodo alla cravatta, se la tolse e la gettò a terra ai piedi dell’altro.
“Credi forse che mi piaccia vestirmi in questo modo? Io sono uno che ha sempre odiato i borghesi! Suono il contrabbasso in un gruppo rockabilly. Eppure qui alla Musini noi amministrativi ci dobbiamo per forza mettere questa divisa del cazzo per assomigliare di più alle marionette che ci vogliono far diventare! E tu rinunci alla tua identità in cambio di cosa, poi? Sono otto anni che lavoro per loro e guadagno poco più di un comune operaio… O meglio, di quanto guadagnava un operaio. Non appena c’è stata aria di crisi tutti gli stabilimenti italiani sono stati chiusi! Milleseicento persone sono state lasciate a casa e l’intero impianto produttivo è stato trasferito in India. A noi degli uffici centrali non ci possono far chiudere ma hanno già ridotto il personale quasi della metà! Io ora sto facendo da solo il lavoro che prima si faceva in due…”.
Il rapinatore guardava un po’ sbigottito quell’impiegato che aveva deciso di lamentarsi proprio con lui della sua vita lavorativa. 
“Sì, lo so, ti sembra strano che ne parli proprio a te ma è che io non ce la faccio più! Tutto il giorno col loro maledetto fiato sul collo, una pressione continua che rasenta il mobbing!  E a casa non dico mai nulla per non far preoccupare mia moglie ma io son mesi che vado avanti a Lexotan…”.
L’altro raccolse l’accendino da terra, se lo rigirò un po’ fra le mani poi lo posò nuovamente:
“E non hai pensato di rivolgerti ai sindacati?”.
“Se fossi assunto come si deve puoi star certo che l’avrei già fatto! Ma in otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni, se vado dai sindacati quando a marzo mi scade il contratto mi danno un calcio nel culo e via…”.
“Sì, ti capisco. A me è andata proprio così. Ero tra quelli che non chinavano la testa e quando si è trattato di ridurre il personale le prime teste a saltare sono state quelle di noi che eravamo sindacalizzati…”.
“Ma io mi sono rotto le palle, capisci? Sono arrivato al limite, anzi il limite l’ho superato! Ho l’affitto e le rate della macchina che mi tengono inchiodato qui! Ho mandato curriculum ovunque ma finchè non trovo qualcos’altro mi tocca vivere in questa specie di scherzo grottesco…”.
In quel momento la luce si riaccese. Dopo qualche istante l’ascensore ripartì.
“Tieni” fece l’uomo col giubbotto di jeans porgendo all’altro lo smartphone. “Non lo voglio più…”.
“Ok, ma come fai ora per raggranellare qualcosa?”.

Alle diciotto i papaveri della Musini International terminarono il consiglio di amministrazione e si dispersero nei corridoi. 
Giacinto Musini Junior, azionista di maggioranza e amministratore delegato del Gruppo, chiamò l’ascensore per scendere. Quando le porte si aprirono vide che all’interno c’erano due uomini. Uno portava un giubbotto di jeans, l’altro un vestito con la camicia ma senza cravatta. 
Musini entrò nell’ascensore. 
L’uomo con il vestito, da dietro gli occhiali in tartaruga, lanciò un’occhiata a quello col giubbotto. E aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso.

Immagine dal film  "Guida galattica per autostoppisti" del 2005, tratto dall'omonima serie di fantascienza nata dalla penna di Douglas Adams


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