martedì 11 novembre 2014

Andre Folco Lasdo - I Righeira


Una sera andai a vedere i Righeira. Veramente ci capitai per caso in quel locale, durante una delle mie spedizioni in solitaria. I Righeira erano due ferrivecchi che parevano usciti da un comò degli anni '80.
In faccia avevano scolpita tutta la tavola periodica delle sostanze proibite. Cantavano "Vamos a la playa" da sopra un palco e tutta la Treviso bene si agitava nel culetto rotondo. C'erano i figli degli industriali con i loro denti bianchissimi e la goccia al naso. C'erano anche le segretarie dei figli degli industriali, che reggevano enormi bicchieroni colorati da cui spuntavano lunghe cannucce e scorze d'arancia. Mi sono sempre chiesto come fanno certi tizi a non sudare mai, a non avere un ciuffo fuori posto, a non spandere una goccia dei loro drink, a ridere sempre per qualsiasi scemenza...
Mi feci largo fino al bar e tesi un braccio con una foglia appesa da 50 mila lire. La birra era pessima. Pessima birra da concerto che ti gonfia lo stomaco e ti lascia una carogna nell'alito. Il rhum invece faceva il suo mestiere. Gorgogliava bollente nella pancia e dentro ti cresceva un diavolo.
Johnson cantava "no tengo dinero" e pareva piuttosto convinto. A Johnson qualche anno prima lo beccarono alla frontiera francese con ventimila pasticche. Tornava al suo paese con la voglia di ballare, si capisce. Per via di quella storia misero i ferri pure a un certo Doris, proprio quando il suo vecchio faceva i cerchietti sulla sabbia e lucidava una poltrona di pelle in cima al tetto della banca mediolanum.
Alla quinta o sesta o settima buca di rhum sfondai i freni e andai a sbattere sul muso dell'altro Folco, quello che mi aspettava con il numerino dei guai in mano e dieci sorrisi uno più spaventoso dell'altro. Mi piazzai sotto al palchetto e cominciai a scuotermi come una bestia ferita al fianco da una scarica di pallettoni.
Ero osceno, ero povero e brutto come sono brutti i poveri. La mia danza era un menare fendenti alla stessa aria che respiravano tutti quei segaioli unti di brillantina&coca.­ Le pareti roteavano sull'asse della mia spina dorsale e il locale intero sembrava sprofondare dentro una piscina d'olio, mentre le tante facce sfocate si squagliavano nel grasso di foca. Dopo poco o forse dopo troppo, qualcosa di pesante mi cadde sulla spalla. Era la mano di quel tizio rapato a zero, con una cimice nera cucita all'orecchio. Mi ci volle qualche secondo per capire che quell'uomo al posto del cervello aveva una scatola di fagioli e che il suo lavoro consisteva nello smontare la gente molesta come il macellaio smonta i quarti di vacca. Senza pensare -perché pensare alla consistenza delle nuvole quando cammini su un cavo sospeso in aria, pare sia male- azzardai un diretto al mento, tanto veloce quanto fuori misura. Ma era come far suonare il batacchio di una campana da due tonnellate con un piccolo pugno di carne. Il tizio era alto, era pesante e come tutti i violenti, gonfio di bistecche e incapace di valutare i danni.
Ovviamente finii come la vacca sul gancio.

L'asfalto aveva il solito odore di piscia. La mia camicia era diventata la bandiera strappata di un paese in guerra. E l'estate, come urlavano dentro, stava finendo.

ph dal web