venerdì 10 ottobre 2014

Rachele Ricci - Nell'ombra

È al buio che ti senti nudo, non importa cosa indossi, nemmeno di che colore sono i tuoi occhi, perché è lì, e lí al buio soltanto, che i sensi muoiono, si confondono, ora senti con la bocca, ora respiri con la pelle, e poi ti abbandonano, e tu ti trovi solo anima, solo vivo, faccia a faccia con chi ti abita...

Mi proiettavo nel cielo della mezzanotte, roteandovi in profondità come un proiettile, in fissa di una stella, e ricadevo vorticosamente nell'abisso dei suoi occhi, questi occhi qui, dove le iridi si spezzavano in cobalti di seta

e in nocciola di legno, che danzavano un caleidoscopico jazz, mentre tenevo il tempo e accarezzavo una maniglia d'ottone, e mi vestivo del giallo delle sue pareti, e immobile fissavo l'esercito di fumetti tenuti al guinzaglio dal mappamondo.
Un mondo.
Continenti e oceani.
Oceani e acqua.
Tanta acqua, quando ricadevo come un sasso al fondo, nel silenzio del liquido gli occhi di un salmone mi seguivano, sempre più piccola e buia, fino a quando mi hanno presa per mano le alghe, dolci alghe che mimavano danzatrici del ventre. Piccola scivolavo ancora nel buio, piccola scendevo e facevo gli scalini, uno dopo l'altro, un altro, e un altro dopo, accarezzando l'aria nera come fosse grano, finché un lupo mi passò davanti e si fermò a guardarmi.Non sapevo come, ma insieme stavamo camminando in una cantina di cimeli impolverati, ombre mi soffiavano gelide sulla nuca, fintantoché i piedi non passarono dal legno all'erba, e nei nostri occhi iniziarono a sbocciare papaveri, raggiunti dal sole. Faceva molto caldo.
No, meglio: faceva troppo caldo, e nella tela i petali dipinti a olio mi si scioglievano addosso, il terreno si bucò al sole, e io e il lupo cademmo dal soffitto sul letto, e risucchiati dal letto, trapassammo sotto come un ago nella stoffa, e ci trovammo al buio, sotto le doghe. E qui accaddero silenzio e fissità, mi strideva il cuore per il respiro cementato, mentre stringevo con il pugno il suo manto selvaggio, perché avevo sentito, e ora lo sapevo, le sue dita di legno stringere il mio vestito nel pugno, e i suoi occhi neri di vernice guardare là dove guardavo.
Proprio là, là dove guardavamo, nel buio, esisteva un nastro di luce, appena sotto una porta, e dietro si vedeva un letto con le sbarre, e lì, proprio lí attraverso quella lunga fessura, mi soffiai assieme a loro dopo aver attraversato lo spazio in un silenzio gelatinoso. Mi fermai, commossa dalle lacrime della flebo.
Lì accanto giaceva una statua in un letto, conoscevo quella statua, ma lui era già partito da giorni, attraverso chissà quali luoghi, fino 'via premilcuore', dove un piccolo cimitero trova il suo quieto spazio. Prendemmo il suo lenzuolo, ci sedemmo con la schiena al muro, e ci coprimmo, mettendo i crani lì sotto: bianco e nero sulla pelle, giusto in tempo prima dell'ombra totale. Ancora buio, dentro la corteccia di un ulivo, ancora silenzio, ancora immobili.
Così stavamo, sì, e così rimasi quando sentii la sua pelle nera e lucida che scorreva sul mio polpaccio, e poi su, poi sulla coscia, poi dai denti mi passava dentro la carne un filo verde che bruciava come fuoco, e si infilava nelle vene. Mi si strinsero gli occhi, mi si allagarono le iridi di nero, il torace si svuotò dei polmoni, mentre il lupo correva a perdifiato in un roseto, dove le spine lo bucavano, dove io restavo china sul suo dorso e nei miei occhi scorreva, come su un grande schermo, la via percorsa, e i fiori e la sabbia e l'acqua e le rocce e poi le cose ferme.
Ci eravamo fermati. In piazza la luce era verde, e sapevo che stava per succedere, io ve lo avevo detto. Eppure ero tornata indietro, mentre mi tenevi con le dita il polso, perché il pensiero di me ti teneva il cuore. C'era un caos affogato da un terribile silenzio, e in questa quiete ero tornata da te. Prima della fine corremmo al pino, e quando scoppiò, quando tutto collassó nel fragore, fu perchè lasciasti dalle tue mani i miei pensieri, per mettere i tuoi denti nel mio sguardo.
Era successo che avevamo spaccato l'atmosfera, caro, mi ricordo bene, avevamo perforato la placenta che divide conscio e inconscio, e cenere eravamo, e cenere torniamo ora, per poi rinascere nel gelido di un universo parallelo.
Un universo piú reale e folle di questo.
Tu non temere, solo tienimi per mano.
Non temere.

(c) Alaska